Salute mentale e salute del cervello: un’emergenza del nostro tempo che non possiamo più ignorare

Settembre 24, 2026
Raffaella Cesaroni

Ottobre sta arrivando, è il mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale. Ma forse è arrivato il momento di smettere di considerarla un tema confinato a una ricorrenza e iniziare a riconoscerla per quello che realmente è: una delle più grandi sfide sanitarie, sociali e culturali del nostro tempo

Da anni sento questo tema come una delle battaglie più urgenti da raccontare. Non solo come giornalista che si occupa quotidianamente di salute, ma come cittadina che osserva la società cambiare, le fragilità aumentare e il disagio diventare sempre più evidente, soprattutto tra i giovani.

È anche per questo che continuo a sostenere con convinzione iniziative come Milano4MentalHealth, che hanno il merito di riportare la salute mentale al centro del dibattito pubblico, combattendo stigma, pregiudizi e silenzi che ancora oggi accompagnano troppe persone. Perché il primo vero problema è proprio questo: continuiamo a parlare troppo poco di salute mentale e, quando lo facciamo, spesso la trattiamo come qualcosa di separato dalla salute generale.

Non lo è. E soprattutto non è separata dalla salute del cervello.

Salute mentale e salute del cervello: la stessa storia

Per anni abbiamo ragionato come se esistesse una distinzione netta. Da una parte il cervello, organo biologico, fatto di neuroni, sinapsi, neurotrasmettitori. Dall’altra la mente, considerata quasi una dimensione astratta, emotiva, invisibile. Oggi la scienza ci dice che questa separazione è artificiale.

La salute mentale e la salute del cervello sono profondamente intrecciate. Ansia, depressione, disturbi dell’umore, dipendenze, disturbi del comportamento alimentare, fragilità emotive non sono semplicemente “problemi psicologici”. Sono condizioni che coinvolgono circuiti cerebrali, processi biologici, fattori genetici, ormonali, ambientali e sociali. Allo stesso tempo, molte patologie neurologiche possono avere importanti conseguenze sulla salute mentale. Parlare di salute del cervello senza parlare di salute mentale significa raccontare soltanto metà della storia. Ed è forse questo il più importante cambiamento culturale che dobbiamo compiere.

I numeri di una crisi globale

I dati più recenti pubblicati su The Lancet nell’ambito del Global Burden of Disease 2023 fotografano una situazione che non può lasciare indifferenti. Ne parleremo in maniera approfondita il 18 Ottobre nella puntata di Health su Sky TG24, alle 9.30.

Ecco cosa dicono gli ultimi dati disponibili. Nel mondo nel 2023 oltre 1,17 miliardi di persone vivevano con un disturbo mentale, quasi il doppio rispetto al 1990. I casi sono aumentati del 95,5% in poco più di trent’anni. I disturbi mentali rappresentano oggi la quinta causa di perdita di salute a livello globale e la prima causa di disabilità nel mondo, responsabili del 17,3% di tutti gli anni vissuti con disabilità.

I disturbi più diffusi sono l’ansia e la depressione maggiore. E proprio questi due disturbi hanno registrato gli aumenti più significativi negli ultimi anni. Dal 1990 al 2023 la prevalenza dei disturbi d’ansia è aumentata del 64,9%, mentre quella della depressione maggiore del 41,3%. La pandemia ha sicuramente aggravato una situazione già critica, ma sarebbe un errore attribuire tutto al Covid.

Gli esperti parlano di una combinazione di fattori: isolamento sociale, fragilità economiche, guerre, crisi globali, cambiamenti climatici, violenze, bullismo, cyberbullismo e progressiva perdita delle reti sociali di protezione. 

I giovani ci stanno chiedendo aiuto

C’è un dato che mi colpisce più di ogni altro. Il carico di malattia mentale raggiunge il suo massimo tra i 15 e i 19 anni. Sono gli anni che dovrebbero essere quelli della scoperta di sé, dei sogni, dei primi progetti di vita. E invece sono diventati sempre più spesso gli anni dell’ansia, della solitudine, dell’autosvalutazione e della sofferenza silenziosa. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, metà dei disturbi mentali esordisce entro i 14 anni e il 75% entro i 25 anni. Questo significa che la prevenzione non può iniziare quando il disagio è ormai conclamato. Deve partire prima, dalle famiglie, dalla scuola, dai luoghi di aggregazione, dall’ascolto. Perché spesso i ragazzi stanno male molto prima che gli adulti se ne accorgano.

Il dolore che non si vede

In questi giorni l’attualità ci ha consegnato una notizia che ha colpito molte persone: la morte del giovane figlio di Cindy Crawford e Rande Gerber. Non mi interessa la notorietà della famiglia. Mi interessa quel ragazzo, Presley. Questi eventi ci ricordano una verità che troppo spesso dimentichiamo. La sofferenza mentale non ha un volto riconoscibile, non segue il reddito, non segue il successo, la fama, l’età. Può colpire chiunque, anche le persone che sembrano avere tutto. Può colpire chi è circondato dall’affetto di una famiglia amorevole. E questa è forse una delle lezioni più difficili da accettare. Perché l’amore è fondamentale, l’ascolto è fondamentale, la vicinanza è fondamentale. Ma talvolta non sono sufficienti. Per questo servono diagnosi precoci, professionisti competenti, reti assistenziali accessibili e la stessa attenzione che riserviamo alle altre malattie. Perché di malattie stiamo parlando, non di debolezze, non di mancanza di volontà, né di fragilità caratteriali.

Superare lo stigma

Ancora oggi troppe persone non chiedono aiuto. Per paura, vergogna, per il timore di essere giudicate. Lo stigma continua a essere uno degli ostacoli più grandi. Quello contro cui Presley si batteva ammettendo le sue fragilità, raccontando pubblicamente i farmaci che prendeva. Ecco perché ogni testimonianza, ogni iniziativa pubblica, ogni evento di sensibilizzazione conta. Raccontare la salute mentale significa creare spazi di riconoscimento, significa permettere a qualcuno di sentirsi meno solo. Significa dire che chiedere aiuto non è una sconfitta ma un gesto di coraggio.

Una responsabilità collettiva

La salute mentale non riguarda soltanto gli psichiatri, gli psicologi o i neuroscienziati.

Riguarda tutti noi.

Riguarda la politica quando decide come investire le risorse.

Riguarda la scuola quando educa le nuove generazioni.

Riguarda le aziende quando costruiscono ambienti di lavoro sani.

Riguarda i media quando scelgono come raccontare queste storie.

E riguarda ciascuno di noi quando decide di ascoltare una persona che soffre anziché giudicarla.

Non c’è salute senza salute mentale

Se c’è una convinzione che in questi anni di lavoro si è rafforzata dentro di me è questa. Non possiamo continuare a considerare la salute mentale un tema minore, non possiamo separarla dalla salute del cervello. Non possiamo relegarla a una giornata mondiale o al mese della sensibilizzazione, Ottobre. Perché dietro ogni numero ci sono persone, famiglie, vite interrotte, sogni sospesi, opportunità perdute. E perché la salute mentale non è un capitolo separato della medicina. È salute. Punto.

Forse la vera sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: imparare finalmente a prenderci cura del cervello con la stessa naturalezza e lo stesso impegno con cui ci prendiamo cura del cuore. Quando ci riusciremo, avremo fatto un enorme passo avanti non solo come sistema sanitario, ma come società. Ne credo fermamente.

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